venerdì 7 dicembre 2012

Ricongiunzioni onerose: un inferno per 600 mila lavoratori


Salerno (6 dicembre 2012).- Tra le tante grane riservate ai lavoratori  c’è quella, non secondaria, della ricongiunzione di diversi periodi contributivi versati in differenti casse previdenziali. Sempre più spesso si parla di “ricongiunzione onerosa”.  Ciò del fatto che, per ricongiungere questi diversi periodi, e ottenere il diritto alla pensione, si devono pagare somme elevatissime. E questo in barba ai contributi già versati. L’ennesima rapina ai danni di quanti stanno pagando l’uscita dell’Italia dalla crisi economica.  E possibile fare un calcolo? Conoscere il numero di questi lavoratori beffati e truffati. “Le stime – scrive Francesco Rossiello, sindacalista USB presso l’Università di Bari -  parlano di circa 600.000  lavoratori e lavoratrici che  si trovano in questa assurda situazione, con il rischio concreto di non poter accedere alla pensione”. E’ il caso ad esempio di chi ha 18 anni di versamenti INPS e 18 INPDAP che non accetta di pagare o che non chiede la “totalizzazione”.    Questo nuovo ostacolo fu creato dopo l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne del settore pubblico. “Per paura di una fuga verso il sistema INPS da parte delle lavoratrici che, ricongiungendo gratuitamente i periodi  in INPS, potevano andare in pensione  a 60 anni invece che a 65 – continua Rossiello-  venne emanata la legge 122/2010 che impone l’onerosità del ricongiungimento. In sostanza per evitare che qualche lavoratrice  potesse trovare una soluzione alla mannaia dei 65 anni, si è preferito commettere un ulteriore,  generalizzato e gravissimo annullamento dei diritti”.  
Governo ladro, direbbe qualcuno; ma i sindacati non hanno colpe minori perché hanno taciuto. E il silenzio, in questi casi, fa più danni perché attuato nei confronti di lavoratori che pagando la delega sindacale sperano di essere tutelati.  Non è accaduto nulla e ora sono dolori per chi vorrà ricongiungere i periodi contributivi.
In questo caso- spiega Rossiello -  si deve fare domanda   vedendosi arrivare richieste esorbitanti da parte dell’ente previdenziale per importi superiori anche a svariate decine di migliaia di Euro!  E’ il caso di Ida B. che dovrebbe pagare 265.673,94 per ricongiungere  27 anni di contributi Inpdap.  Ovviamente tutti già pagati. Ma a tutti si offre una splendida opportunità: rateizzare l’importo, dopo aver versato un congruo anticipo!  In questo modo Ida dovrà pagare solo 2.169,40 al mese per più di 13 anni, pagando anche gli interessi al 4,5%, per un importo complessivo di 353.612,44”.
Di fronte a queste cifre pazzesche, il lavoratore è tentato di non  ricongiungere  i periodi lavorativi. Niente di più sbagliato. “La casistica è complessa”,  assicura Rossiello che aggiunge: “le situazioni vanno valutate individualmente. Per sintetizzare però possiamo dire che, nel caso in cui si decidesse  di non ricongiungere i periodi, per avere diritto  alla pensione si deve  fare domanda di “totalizzazione”. Questo  comporta un calcolo basato esclusivamente sul sistema contributivo, con una netta perdita  sull’importo dell’assegno pensionistico. Viste le cifre che vengono richieste per il ricongiungimento, la “totalizzazione” rimane l’unica alternativa possibile, e così il lavoratore, comunque vada, rimane fregato!”.
Provvedimento che interessa, anche, molti giornalisti in servizio presso gli uffici stampa. Di qui la protesta della Federazione nazionale della stampa (FNSI). “Si tratta di compiere un atto di giustizia - dichiara Giovanni Rossi, segretario nazionale aggiunto – anche  perché quelle persone non hanno avuto la possibilità di optare per un ente previdenziale piuttosto che per un altro”.
E i partiti o i parlamentari, dipenderà dalla legge elettorale, che fra un mese o tre  busseranno alla nostra porta per chiedere il voto, cosa hanno fatto ?
In Parlamento- prosegue Rossi -  sono state presentate proposte complessive su questo tema ed anche specifiche che riguardano il caso dei giornalisti ‘pubblici’. Occorre trovare una soluzione adeguata che riguardi la generalità dei lavoratori interessati a questo problema e che potrebbe essere perseguita pure attraverso una iniziativa del governo, sia essa per via legislativa o amministrativa”.
Ma con le elezioni alle porte, il rischio che  660 mila lavoratori  vengano abbandonati  all’inferno senza possibilità di ritorno  sembra potersi trasformare in certezza.
Per questo USB – conclude Rossiello - ha  organizzato a Roma per il 10 dicembre un incontro, invitando le   forze politiche, il Presidente e il Direttore Generale dell’Inps, per chiedere il ripristino immediato della non onerosità del ricongiungimento dei contributi”.
Mishima

martedì 23 ottobre 2012

Oggi presidio contro una riforma sbagliata




Roma (23 ottobre 2012).-  “La Fnsi chiama i giornalisti e tutti i cittadini interessati a difendere il diritto ad una corretta informazione a partecipare al presidio organizzato a Roma per domani, 23 ottobre, dalle ore 17.30 alle 19.00, al  Pantheon, in contemporanea con l’arrivo in aula del disegno di legge sulla riforma della diffamazione a mezzo stampa. I testi fin qui prodotti dalla Commissione Giustizia destano grande preoccupazione e meritano una risposta di visibile dissenso contro quella che si sta configurando come una nuova norma-bavaglio. L’eliminazione del carcere per i giornalisti (spunto iniziale e positivo del proposito di riforma) sta diventando infatti il pretesto per misure vendicative, che mirano a scoraggiare il giornalismo più incisivo e ad incentivare l’ossequio ai poteri.Le sanzioni innalzate fino a 100mila euro rappresenterebbero un concreto rischio di chiusura per molte voci medio-piccole, e legittimerebbero inaccettabili interferenze degli editori nella fattura di tutti i giornali. L’obbligo di rettifica è certo da rafforzare, ma dovrebbe allora essere considerato motivo di esclusione della procedibilità, ed accompagnarsi all’introduzione del “Giurì per la lealtà dell’informazione”. Nulla invece prevede il disegno di legge in discussione per disincentivare richieste di risarcimento danni troppo spesso spropositate, promosse direttamente in sede civile per intimidire l’informazione; mentre emerge netto il fastidio per la rete, quando si chiede ai blogger di sottostare alle stesse identiche regole che deve rispettare l’informazione professionale. Se queste rimarranno le caratteristiche del provvedimento, è meglio che il Senato lasci in vigore la legge esistente, carcere incluso. Ma anche stavolta - come già è stato per la norma sulle intercettazioni - il Governo e il Parlamento faranno bene a mettere in conto la più ferma protesta non solo dei giornalisti, ma anche dei tanti cittadini non più disposti a farsi sequestrare il diritto di sapere. Il presidio di domani al Pantheon non sarà che il primo passo”.

mercoledì 26 settembre 2012

Consiglio regionale campano, nuovo intervento di Enzo Colimoro sulle condizioni dei giornalisti




Napoli (26 settembre 2012).- «Ben venga la politica del rigore – ha detto il presidente di Assostampa Campaniae meglio sarebbe stato se i partiti della Campania si fossero dati una mossa senza aspettare che la vicenda Lazio desse la stura alla necessità di moralizzazione della politica. Ma non è abolendo il lavoro in generale, e in questo caso in particolare quello dei colleghi giornalisti che si risolve la questione morale e il contenimento della spesa».
Colimoro  rimprovera ai  giornalisti della Regione Campania e in particolare del Consiglio Regionale della Campania, «sfruttati dalla politica e dalla maggioranza dei suoi esponenti», la mancata apertura  della «vertenza informazione, nonostante le ripetute sollecitazioni del sindacato dei giornalisti». Ritardo dimostrato dal fatto che «il Consiglio regionale della Campania non si è mai dotato a differenza di tutte le altre regioni di una legge di sistema sul comparto comunicazione e informazione».
«Il Consiglio regionale della Campania  – ha proseguito Colimoroapplichi la legge 150, stabilizzi e regolarizzi i giornalisti precari che prestano servizio nelle istituzioni, si dia una legge, sottragga alla politica i poteri di nomina, evitando clientele, assicurando così ai cittadini trasparenza. Questo significa moralizzare. Pensare di risolvere il problema eliminando il problema, oltre che senza spessore è atteggiamento che sicuramente non giustifica i costi della politica che i cittadini sostengono affinché gli eletti risolvano i problemi. Pensare di abolire la comunicazione non costituirebbe una soluzione, aprirebbe il fronte delle vertenze sindacato in testa con il rischio di esporre l’Ente a dover pagare costi supplementari sia per compensi sia per contributi. Cosa ancor più grave – ha concluso Colimoroè che recentemente l’assemblea regionale ha provveduto a riformare la macchina consiliare senza prevedere uffici di comunicazione e informazione, nonostante le segnalazioni dell’Assostampa Campania».